La storia di Ann

Ann, lumbar degenerative disc disease patient

Ann e la discopatia degenerativa lombare

In qualità di specialista di base in medicina dello sport, Ann si era costruita una brillante carriera aiutando gli atleti del college a evitare gli infortuni per poter essere sempre in campo. Se un giocatore della Divisione I si presentava da lei lamentando un forte dolore alla schiena e intorpidimento alle gambe, avrebbe utilizzato tutte le risorse a sua disposizione per individuare velocemente il problema e prescrivere il trattamento più appropriato, anche se ciò avrebbe significato mettere in panchina un campione.

Ma quando Ann – un'atleta appassionata a sua volta, con 25 maratone all'attivo – si ritrovò alla mercé di questi sintomi, sapeva che la colpa era nella colonna vertebrale ma continuò a lavorare e a sopportare il disagio che le provocava. "Il dolore alla schiena ha sempre fatto parte della mia vita", dichiara.

"Venni a sapere di avere un problema congenito nella parte inferiore della colonna, per cui il dolore è sempre stato lì", spiega. "Ma nonostante io lavori in campo medico, non me ne ero mai preoccupata in termini diagnostici. La mia soglia del dolore è estremamente elevata e correndo avevo dolori a qualsiasi altra parte del copro, perciò pensavo che fosse semplicemente parte della vita".

Vivere con il dolore

Ann continuò a ignorare il dolore persistente alla zona inferiore del dorso, finché non iniziò a interferire con le sue capacità di corsa.

"Alla fine, il dolore iniziò a peggiorare quando correvo in discesa", racconta. "Continuavo pressoché ad ignorarlo. Poi iniziai ad avvertire una sensazione di intorpidimento alla gamba e sviluppai un problema motorio detto 'piede cadente'. Fu allora che decisi di sottopormi a un controllo".

Dopo aver consultato diversi neurochirurghi e chirurghi ortopedici, Ann scoprì di avere la spondilolistesi, una condizione – congenita, nel suo caso – in cui una vertebra scivola in avanti rispetto alla sottostante. Le furono inoltre diagnosticate discopatia degenerativa, stenosi spinale e stenosi foraminale, tutte condizioni che potevano esitare in dolore alla schiena, intorpidimento alle gambe e ridotta mobilità.

Per diversi anni, Ann preferì lavorare con un fisioterapista piuttosto che sottoporsi a un intervento chirurgico, come le avevano suggerito i chirurghi che l'avevano visitata. "Paziente riluttante," come lei stessa si definiva, non voleva affrontare i tempi di fermo dovuti al lavoro e agli esercizi che la chirurgia vertebrale può comportare.

"Andavo avanti con il fisioterapista perché non volevo prendermi del tempo", ammette Ann. "Continuavo a correre e iniziai anche un pesante programma di addominali ed esercizi per il rafforzamento del disco per cercare di dare un po' di respiro alla mia colonna vertebrale. Prendevo anche dei FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei), oltre alla glucosamina.

"E poi incantesimi, preghiere, voodoo – qualsiasi cosa pur di evitare la chirurgia vertebrale. Ho sempre sentito dire che non ci si vuole sottoporre a chirurgia vertebrale finché non si tocca il fondo e non si sono esaurite tutte le altre possibilità".

Alla fine, i sintomi divennero talmente debilitanti che diventò difficile lavorare o attenersi a un normale programma di allenamento.

"Abbiamo 21 squadre di Divisione I di cui occuparci, e capita spesso di trovarsi ai bordi della linea laterale", spiega. "Quando la schiena mi fa male, la piego per darle un po' di sollievo. È davvero dura accovacciarsi lungo la linea laterale durante una partita di football e poi correre in campo per prendersi cura di un atleta. All'improvviso arriva un receiver seguito da un cornerback che puntano dritto verso di te. Andarsene via gattonando non è una buona strategia".

Un'"amichevole intromissione" da parte di alcuni vecchi amici podisti aiutò Ann a riconsiderare la sua avversione verso la chirurgia vertebrale. "I miei compagni di corsa erano stanchi dell'andatura del mio piede cadente. Pur non essendo esperti in medicina dello sport, anche loro capivano che qualcosa non andava. Quando il problema diventa talmente evidente che tutti ti consigliano di prendertene cura, allora è tempo di stringere i denti e fare qualcosa".

La prima mossa di Ann fu quella di trovare un chirurgo della colonna vertebrale con cui potersi confidare e sentire a proprio agio.

"Essendo del mestiere, so che ci sono diversi importanti fattori da considerare quando si sceglie un chirurgo", afferma. "Vuoi qualcuno che sappia individuare l'intervento giusto, per la persona giusta al momento giusto. E che abbia anche una certa esperienza tecnica".

La sua ricerca si concluse con il Dr. Kevin Foley della Semmes – Murphy Clinic di Memphis, TN, che le consigliò una fusione spinale lombare. La fusione spinale comporta la rimozione del materiale del disco degenerato e la fusione, o unione, delle vertebre adiacenti allo spazio discale. Per favorire la crescita ossea nel sito di fusione, si ricorre a un innesto osseo o a una piccola porzione di materiale osseo.

In genere, i chirurghi ricavano questo materiale di innesto da un donatore (alloinnesto) o dall'anca del paziente (autoinnesto), mediante un ulteriore intervento chirurgico. Il chirurgo di Ann, tuttavia, realizzò la procedura utilizzando un innesto osseo a gabbia lombare.

Questo innesto osseo era composto dalla proteina-2 morfogenetica ossea umana ricombinante (rhBMP-2), la versione sintetica di una proteina naturale normalmente presente nel corpo, in grado di stimolare la formazione dell'osso.

Utilizzando un innesto osseo a gabbia lombare, il Dr. Foley fu in grado di ottenere i risultati della fusione spinale, senza ricorrere a un'ulteriore procedura per il prelievo di materiale osseo.

Dopo l'intervento

Dopo l'intervento, Ann dormì tutta la notte finché non scomparvero gli effetti dell'anestesia. "Il mattino successivo, mi svegliai senza quasi provare dolore" racconta. "Forse un po' di dolore dovuto all'intervento, ma non quel tipo di dolore profondo alla parte inferiore del dorso che avevo prima.

"Ann venne dimessa dall'ospedale 3 giorni dopo l'intervento e fu in grado di gestire il disagio postoperatorio con analgesici di media potenza. Nell'arco di una settimana, potè ritornare a casa in Arizona.

Ann ammette di non essersi completamente resa conta di quanto stesse male finché il dolore non se ne fu andato. 

"Condiziona la tua vita senza che tu te ne renda conto al momento. Prima dell'intervento, avevo perso quasi 7 chili perché non mangiavo e non dormivo a sufficienza", racconta. "Dall'operazione, ho ripreso i chili che avevo perso e la gente può finalmente dire che mi sento bene – non ho più quella 'smorfia di dolore cronica'. E posso muovermi normalmente; prima, zoppicavo nel tentativo di contenere la schiena".

Ann confida che il suo unico problema ora è ricordarsi che la sua schiena è "migliorata, ma non bionica".

"Quando subisci un intervento di fusione spinale, devi ricordarti che le aree al di sopra e al di sotto della fusione possono essere più vulnerabili", spiega. "Perciò devo tenermi a freno ed essere più attenta di quanto non lo fossi in passato.

"Però sono contenta di essermi sottoposta all'intervento. Mi sento bene e ho ripreso a fare le cose che amo, pur con estrema attenzione. Ho fatto 25 maratone, ritengo che siano sufficienti. Finché posso correre e andare in bicicletta per rilassarmi, mi va bene. Una volta alla settimana, corro per circa 16 km ed è abbastanza per tenere la testa alta. La bicicletta fa veramente bene alla mia schiena e ai miei piedi".

Questa testimonianza riflette un'esperienza personale. Non tutte le persone potrebbero ottenere lo stesso risultato clinico. Ti consigliamo di confrontarti con il tuo specialista di riferimento per considerare tutte le opzioni terapeutiche.

Ultimo aggiornamento: 12 12 2010

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